Vangelo di riferimento: Mt 17,1-9
«Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte»
Prese con sé. Questo verbo indica una volontà forte, un desiderio, un prendere vicino, un’intimità relazionale. Gesù vive le relazioni in modo deciso: non accetta le mezze misure, il ripiego, l’accontentarsi. Questo stesso verbo si usava nel rito del Matrimonio: “io prendo te come mio sposo, come mia sposa”, io desidero condividere con te il resto della mia vita, perché ti riconosco come mio completamento e ti amo fino a dare la vita per te. Pietro, Giacomo e Giovanni saranno nuovamente “presi con sé” da Gesù per un altro monte, quello degli Ulivi, per vivere con il Signore la notte più buia del mondo, dopo l’ultima Cena e il tradimento, prima di morire in croce. L’unione sponsale è più forte di ogni tempesta, supera ogni prova e vive la gioia e il dolore con lo stesso atteggiamento di fiducia e di dono reciproco.
L’intimità necessita di luoghi altri, di solitudine, di pace. Il luogo scelto da Gesù ha queste caratteristiche: è un monte, per di più alto. Il monte nella Bibbia è il luogo abitato da Dio; in questo caso è un monte “alto”: lo spazio tra cielo e terra è almeno idealmente annullato. Gesù prende con sé per portare oltre, verso l’alto di Dio.
«Fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce»
Il volto di Gesù diventa inguardabile, come è impossibile guardare il sole. Viene in mente un’altra situazione: “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi…” (Is 53,2). Come avviene normalmente, l’abbondanza di luce o il buio pesto impediscono la vista. In questo momento così luminoso e abbagliante, anche le vesti divengono luce.
Trasfigurato. Letteralmente significa “cambiare dopo essere stato con”. A volte succede di notare coppie di sposi in là con gli anni, con una somiglianza di fisionomie e di modi di fare: lo stare insieme li ha plasmati. Il Figlio di Dio vive una comunione perfetta col Padre e non può che essere luce: “Veniva nel mondo la luce vera…” (Gv 1,9).
Luce e Parola. In questo scenario ecco arrivare Mosè ed Elia: Mosè rappresenta la Legge, Elia i Profeti. La Parola conversa con la Parola: l’Antico e il Nuovo Testamento si danno la mano. La luce permette una lettura piena, senza interruzioni, in un continuo che illumina le due parti vicendevolmente. Luce e Parola coincidono, trovano dimora nel Corpo del Signore, e la sua incarnazione diventa luce per chiunque lo avvicina.
«Signore, è bello per noi essere qui!»
Davanti a questa rivelazione, Pietro prende la parola. Riconosce la bellezza non solo di ciò che vede, ma dell’essere lì. La sua proposta è abitare la bellezza, prenderne dimora, custodirla anche nei giorni difficili. È anche una professione di fede: lo chiama Signore, riconosce la presenza di Dio, e con Lui desidera vivere.
Pietro è fragile, ma il suo cuore riconosce la bellezza e desidera restare con essa. Questo desiderio è anche quello di Dio: stare con noi, abitare i nostri giorni.
«Questi è il Figlio mio, l’amato… Ascoltatelo»
Dio prende la parola attraverso una nube luminosa. Luce e ombra insieme. Il mistero non si possiede: si attraversa.
Il Padre conferma ciò che Pietro ha intuito: Gesù è il Figlio, l’Amato. E conclude con un imperativo che non ammette repliche: Ascoltatelo. Questa è la sintesi di ogni parola: se ascolto farò esperienza di bellezza, se ascolto conoscerò Dio, se ascolto abiterò con Lui. Il silenzio è il sigillo di garanzia: anche nella notte, la voce di Dio guida e sorregge.
«Alzatevi e non temete»
La paura è reale. Anche noi la conosciamo. I discepoli hanno fatto esperienza di luce e di voce, e ne restano sconvolti. In tutto questo Gesù si avvicina, li tocca, parla con loro. E rimane solo una certezza: Gesù solo.
Quando tutto precipita, Dio rimane il Presente, il Vicino, Colui che dice: Non avere paura, io sono con te.
