Pagina di riferimento: Mt 11,2-11

Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?»

In prigione. Giovanni è prigioniero, non può muoversi, non può uscire, non è libero, riceve le visite dei suoi discepoli che gli raccontano qualcosa, ma tutto è mediato, sintetizzato. In questa situazione lui fa esperienza del limite, non solo fisico (la prigione), ma anche mentale e spirituale. È fermo, sente qualcosa che lo incuriosisce, ma non può farne esperienza. Eppure in quella prigione giunge quantomeno una eco delle opere del Cristo, Lui uomo libero che libera, genera indirettamente una reazione in Giovanni.

La domanda. Hai presente quelle domande che nascono stanche, e che si attendono un no come risposta? Di questo genere sembra la domanda di chi non è libero, di chi vive il “vorrei ma non posso”. Sei tu che aspettiamo o ci dobbiamo rassegnare a prolungare l’attesa? Io inizio a essere stanco di aspettare, non ho voglia di illudermi e di deludermi; questo sembra voler dire Giovanni il prigioniero. La domanda è quella di chi vorrebbe credere, e in realtà crede, ma allo stesso tempo ha paura, vuole avere delle sicurezze. La prigione che spesso ti trovi a vivere è quella fatta di punti interrogativi un po’ storti, di punti esclamativi che bloccano ogni possibilità di movimento.

Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete

A Giovanni manca una parte importante: sente ma non vede. L’aver sentito qualcosa suscita in lui la domanda, ma alimenta anche la speranza che la lunga attesa sia soddisfatta. In realtà i discepoli avevano già fatto una prima parte del compito assegnato da Gesù, gli avevano già parlato, e parlare è molto facile, a tratti piacevole. Trasmettere ciò che vediamo è invece molto più complesso. Puoi riferire ciò che vedi solo vivendolo, incarnandolo nella vita di ogni giorno. Giovanni ha bisogno di ascoltare (e non solo sentire), ma ancora di più ha bisogno di esempi concreti e tangibili dell’opera che Gesù sta compiendo. Ti posso raccontare un brano del vangelo, entrare anche nei minimi dettagli, e tu puoi essere più o meno interessato. Solo quando vedrai che a quella pagina sono spuntate gambe e braccia, che quelle parole hanno un cuore vivo, e un respiro, che quel messaggio ha un volto e una storia, solo allora potrai uscire di prigione, se vorrai, e fare tu stesso esperienza diretta di quella voce che è diventata Parola, di quell’evento che è diventato Persona.

Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Un uomo vestito con abiti di lusso? Un profeta?

Deserto e prigione possono essere sinonimi: entrambe i luoghi limitano la vita, impediscono la libertà, riducono all’osso ogni cosa. In questo deserto Gesù colloca tre immagini, in un crescendo di importanza e di valore:

  • Una canna sbattuta dal vento. Una cosa inanimata, di nessun valore, che è trasportata dal vento delle chiacchiere, dal trascorrere del tempo. Un oggetto non ha volontà, non prende decisioni, non vive. Il deserto è il luogo giusto, ma tu hai fatto tutti questi km per vedere una cosa così inutile? Eppure è proprio questo che a volte vivi: un correre frenetico, spesso senza senso, un trascinare la vita senza volontà, e quando il vento si arresta ti ritrovi fermo, senza vita, al buio.
  • Un uomo riccamente abbigliato. Altre volte c’è un po’ più di brio nelle tue giornate: un po’ di sano shopping, un caffè con gli amici, uno spettacolo… Ma sei sicuro che il deserto sia il luogo giusto per tutte queste cose? In quei momenti ti rendi conto che nonostante le belle cose fatte e vissute rimani vuoto, arido, pur vestito bene, ma nel deserto. E anche qui ti chiedi il senso, ma senso non c’è. Sei nel deserto, puoi toglierti lo smoking.
  • Un profeta. Uno che parla a nome di Dio, che vive la vita di Dio, che vive il respiro di Dio. Il profeta non è uno che prevede il futuro, ma colui che vive il presente a qualsiasi costo, perché Dio è l’eterno presente, e il profeta vive immerso in Dio. Nel deserto? Oh sì, perché chi vive Dio ha bisogno di tanto spazio, di libertà. Il deserto è l’ambiente perfetto per chi deve annunciare cose meravigliose a chi il deserto lo vive. Il deserto del profeta è il luogo della presenza di Dio, la cassa di risonanza, una sorta di quinto elemento dove investire tutto per il Signore, l’unico che può colmare il vuoto, l’unico che può dare un senso, l’unico che può sposare la mia umanità fino in fondo.

Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui

Il profeta è allo stesso tempo grande e piccolo. Grande, perché vive in comunione con Dio, ascolta la sua Parola, la annuncia, e rende la propria vita un dono a Dio per il bene del mondo. Piccolo, perché vive nel deserto, vive il vuoto, la fatica, il limite. Il profeta segue, anche lui, la legge dell’incarnazione: a giorni vedremo un neonato adagiato in poca paglia, e canteremo “vieni in una grotta al freddo e al gelo”, Lui che è Dio grande e potente, si fa piccolo e povero. Il DNA del profeta segue la stessa dinamica, e si barcamena tra la grandezza del Signore e la piccolezza della sua umanità. Questa disparità di dimensioni genera la fiducia e l’affidamento, consapevole che se io sono nulla, Dio è tutto, per se stesso e per me.

La tua prigione è raggiunta dalla Parola, che diviene Presenza, che diviene Persona, che ti libera da ogni catena. Questo percorso è possibile perché c’è Qualcuno che vive la tua prigione, il tuo deserto, la tua umanità: Gesù Cristo Figlio di Dio. Per questo facciamo festa a Natale, per questo Giovanni ci accompagna durante il cammino di avvento. Dio-con-noi: risposta alle tue domande, presenza che ti libera.

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