Per la vita del mondo

Brano di riferimento: Gv 6,41-51

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». Il brano di vangelo di questa domenica inizia male. Mormorare è dissentire su un argomento o un’idea (e questo non sarebbe negativo), non manifestando il proprio pensiero ma creando polemiche e chiacchiere all’insaputa del diretto interessato. Il mormorio è sempre ‘contro’ qualcuno, non è mai con, non è mai costruttivo. Mormorano contro Gesù perché si è definito pane disceso dal cielo.

Davanti a Gesù ci sono solo due possibilità: o ti metti in cammino per accoglierlo e fare spazio per Lui nella tua vita, oppure ti pianti come un mulo (tutto il mio rispetto per il buon animale), e non lo accetti, non fai niente per capire, anzi, ripeti come un disco rotto le tue quattro idee ben confuse, creando dissapore, distruzione e morte intorno a te.

E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Il loro ragionamento parte bene: Gesù è uno di noi, conosciamo bene la sua famiglia, abita proprio vicino a me… riescono a sentire Gesù come loro vicino, ma non riescono, non vogliono camminare con Lui verso Dio. Questa vicinanza di Gesù è letta solo a livello geografico e sociale, non riescono ad alzare lo sguardo verso il cielo, non accolgono il progetto del Padre, e così rimangono intrappolati nei loro piccoli meschini pensieri.

Se ci pensi il camminare non è una sola azione, ma più azioni protratte nel tempo e nello spazio. Per camminare bisogna fare una serie di passi, in base alla distanza da coprire, e il movimento fisico deve essere preceduto da una volontà di camminare. Questi giudei che mormorano, iniziano a fare un primo passo: “Gesù è uno di noi”: che bello! Però poi si fermano e non riescono, non vogliono fare il secondo passo: Gesù è il dono del cielo per noi, Gesù ci vuole liberare dal pollaio esistenziale in cui viviamo, Gesù ci vuole donare aria pulita e panorami mozzafiato. Chi, lui?? Il mio vicino di casa?? Ma figurati! E si bloccano…

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Gesù interrompe questo atteggiamento distruttore e cerca di condurre i Giudei fuori dalle prigioni e dagli schemi mentali, che spesso imprigionano anche noi. Gesù chiarisce che non è sufficiente essere suo vicino di casa, e usa tre verbi di movimento più uno: venire, attirare, mandare, risorgere.

Venire: indica un cammino, appunto, uno spostarsi, un mettersi in gioco, lasciare la stabilità (quella che oggi chiamiamo zona di comfort). È un verbo che riguarda me, la mia volontà, il mio crederci, il mio dare la vita per.

Attirare: Quando un bimbo fa i primissimi passi, è molto instabile e vacillante, spesso perde l’equilibrio e si siede a terra (e l’airbag-pannolone risolve tanti problemi!). Allora succede che la mamma o il papà si mettano a qualche passo da lui con un gioco, o un dolce, di modo che il bimbo superi le sue paure e difficoltà e il cammino sia reso più semplice da questa attrazione. Attrarre è il verbo del Padre, è il suo lavoro, la sua missione, ma diciamocelo, anche il suo più grande desiderio.

Dio Padre attrae a sé non per egocentrismo o per possederci, ma per farci camminare, correre, volare! Santa Camilla Battista da Varano, clarissa, dice: “Cammina, corri, vola nella via di Dio. I virtuosi camminano, i sapienti corrono, gli innamorati volano. Se puoi correre, non camminare. Se puoi volare, non correre, perché il tempo è breve.” Dio Padre ci attrae, sostenendo così il nostro cammino, e irrobustendo la nostra volontà.

Mandare: i teologi lo definirebbero un verbo cristologico. Gesù è l’inviato, il mandato dal Padre. Mandato dove? In questo mondo. A chi? A noi, per essere nostro fratello e amico, Lui che è “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29).

Risorgere: Questo è il quarto verbo che riassume gli altri tre: camminiamo attratti dal Padre, sostenuti dal Figlio che viene mandato a noi, verso la resurrezione. Questo verbo è anche una promessa, è il progetto realizzato: la vita nuova viene donata ad ogni figlio e figlia che si lascia attrarre dall’Amore e per Amore! Se il mormorio dei Giudei può essere paragonato a un piccolo pollaio, questi quattro verbi ci portano sulla cima dell’Everest, aria purissima, visuale a 360 gradi, esperienze d’alta quota: Dio non ci delude mai, mai!

Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. Dopo aver insegnato a camminare, Gesù inizia ad insegnare qualcosa, e usa tre verbi “scolastici”, più uno: istruire, ascoltare, imparare, vedere.

Istruire: significa dare delle istruzioni, perlopiù pratiche, di modo che, davanti a qualunque situazione si sia in grado di porre una soluzione valida. Dio Padre è molto concreto e pratico, e ci dà il libretto delle istruzioni, appunto. Non siamo figli sprovveduti, ma amati e per questo istruiti, preparati a tutto.

Ascoltare: senza ascolto non ci può essere comunicazione, non si può imparare né conoscere. Senza ascolto possiamo imparare a memoria un concetto, ma questo non diventerà mai vita vissuta.

Imparare: Se istruire è un verbo che riguarda il maestro, imparare è il lavoro dell’alunno, ed è una conseguenza dell’ascolto. Se ascolto imparo.

Vedere: questo verbo, solo apparentemente slegato dagli altri tre, riguarda il Figlio, Gesù. Solo Lui ha visto il Padre, ne ha fatto esperienza, e proprio per questo ce la può trasmettere, non come una teoria, un’ipotesi fumosa e sfuocata, ma come vita reale e concreta. Gesù è questo ponte meraviglioso che si snoda tra il Padre e noi, solo attraverso Lui possiamo fare esperienza del Padre.

In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Dopo il cammino, dopo la scuola, ora Gesù continua il suo percorso, sempre più profondo, anzi sempre più verso il cielo, l’infinito, l’eterno. Noi facciamo sempre tanta fatica nei riguardi dell’eternità, ci sembra una favola irrealizzabile, così distante dal nostro spazio e dal nostro tempo, dai nostri striminziti orologi e calendari. Eppure Gesù è così chiaro: chi crede ha la vita eterna. Credere significa plasmare la propria vita sul modello di Dio, lasciarsi scolpire dall’Artista, mettersi nelle sue mani. La nostra fatica forse non è tanto la vita eterna, ma il credere, l’affidarsi e fidarsi che Dio ha cura di noi, in tutto e per tutto.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. La manna è sicuramente stato un dono del cielo, ma la sua funzione era limitata una soluzione temporanea all’emergenza cibo vissuta dal popolo d’Israele che vagava nel deserto. Gesù chiarisce che Lui non è come la manna, e lo afferma dicendo che Lui è il pane della vita, (quelli che hanno mangiato la manna sono tutti morti). Il pane della vita ci fa vivere per sempre, ci conduce passo dopo passo su quel ponte che è Gesù stesso e ci ricongiunge col Padre. Non solo dopo la morte fisica, ma già ora, adesso, oggi. Questa vita eterna la releghiamo all’aldilà, ma se è eterna coinvolge anche l’aldiquà, migliorando tutto di me e degli altri.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno». Essere pane: a parte i quadretti romantici e le belle omelie sull’Eucaristia, abbiamo mai pensato cosa significa veramente essere pane? Essere morso, mangiato, usato per dare energia e forza per poi essere digerito ed eliminato. Bello eh?…

Sicuramente il pane è necessario per la vita dell’uomo, accompagna (cum panis) ogni giorno della nostra vita, ma ha in sé anche una dimensione di dolore, di donazione totale, di nascondimento. Se guardiamo il crocifisso capiremo meglio tutto questo. Gesù utilizza la metafora del pane per insegnarci che il suo dono è totale. Lui si lascia spezzare affinché noi abbiamo la pienezza della vita; Gesù ci invita a cibarci di Lui, a prendere da Lui gli elementi nutritivi. Spesso si cita il filosofo materialista Feuerbach: “l’uomo è ciò che mangia”. Ebbene, se mi cibo del pane di vita non solo sopravvivo, ma vivo per sempre.

Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Gesù ci porta ai piedi della sua croce, dove Lui diventa l’altare e la mensa per chiunque abbia fame e sete di infinito, di eternità. Il suo corpo, assunto con l’incarnazione, ora diventa il nostro stesso corpo, ci viene dato, consegnato, affinché noi possiamo trarre da lui vita e vita eterna. Questa carne del Figlio di Dio non è semplicemente il corpo martoriato di un condannato a morte, il cadavere di un crocifisso. È la promessa mantenuta che la sua vita e la sua morte sono la nostra vita, quanta ne vogliamo, e tutte le volte che vogliamo. Lui è presente, non come un soprammobile impolverato, ma come persona. Che vive, ama, soffre, muore e risorge. Poiché Gesù non è egoista desidera spartire con te questo cammino. Accetti?


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