Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria?

Mt 13,55

Il presepe ospita tanti personaggi, tutti indaffarati, impegnati nel proprio lavoro, chi corre a portare sacchi di farina, chi lavora col legno o col ferro, chi pascola gli animali, chi accende il fuoco… Nessuno sta con le mani in mano a oziare, ma tutti portano tra le mani qualcosa. 

Come per il villaggio, anche la bottega ci fa vedere come lo spazio e il tempo che il Figlio di Dio viene ad abitare non sono la sacralità di un tempio, o la sicurezza di un castello. Il Signore vive i nostri giorni, le nostre preoccupazioni, la nostra mancanza di tempo, le nostre ansie, la nostra fatica… Tutto ciò che è nostro viene assunto da Lui, ma proprio tutto! 

Ha lavorato duramente, ha contribuito all’economia familiare, ha vissuto la scarsità del fine mese, è stato un semplice lavoratore, proprio come noi. Quale vicinanza ulteriore poteva assumere, lui che era conosciuto come “il figlio del falegname“? 

Tra i rumori dei vari attrezzi, tra un saluto e un accordo di lavoro, l’operaio Gesù ci dice come la sua incarnazione non è un mito, una favola, ma vita vissuta e donata, ogni giorno, sempre. 

Faccio un po’ di ordine
tra le mura di questa bottega
tanti rimasugli ostacolano
il mio fare, il mio essere.

Una ventata di aria pulita
spazzi via l’inutile, il dannoso,
e questa stanza torni a essere
luogo di lavoro e di pace.
Questo cuore grida:
Vieni Signore Gesù.

Luca Rubin


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