C’è qui un ragazzo

C’è qui un ragazzo Gv 6,1-15

Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Ogni azione ha sempre un perché, possiamo immaginarlo come una sorgente, una radice, un motore, una scintilla: in qualunque modo lo immaginiamo, il perché è all’origine di un come, di un atteggiamento, di un’azione. La grande folla che segue Gesù ha un suo perché molto concreto: segue Gesù perché vede i segni, i miracoli che compiva sui malati.

Non conoscono Gesù, e non lo vogliono conoscere, così presi dalla dimensione del prodigio; il volto del Signore è completamente cancellato dall’attenzione assoluta sul miracolo. Se ci pensiamo è proprio il contrario dell’incarnazione, dove Dio diventa essere umano, con un volto, un carattere, un corpo per poterci incontrare personalmente. Questa disincarnazione operata dalla folla è quantomai lontana dal volere del Padre, ci allontana da Lui e da noi stessi, ci disperde in mille rivoli prosciugando e sterilizzando le nostre vite.

Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Il vangelo non lascia nulla al caso e in una riga dà tutte le coordinate necessarie. Il monte è il luogo dell’incontro con Dio, è il luogo della terra più vicino al cielo. Sedersi è l’atteggiamento del maestro, di colui che insegna, e infatti è insieme ai suoi discepoli: discepolo è colui che impara, che attinge dalla sapienza del maestro. E poi il riferimento alla Pasqua: la più grande festa del popolo ebraico, i cui preparativi iniziavano già un mese prima; tutta la vita e l’opera di Gesù è orientata alla Pasqua, (in ebraico significa passaggio), non solo la sua, dalla morte alla resurrezione, ma anche la mia e la tua. L’incontro con il Signore non ci lascia mai nello stesso punto in cui ci ha trovati!

Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui. Gesù è sempre invaso dalla gente, tutti accorrono a Lui, chi per un motivo, chi per un altro. Gesù vede questa gente che accorre. In questo vedere c’è tutta la sua attenzione per ogni singola persona. Non siamo gregge, non siamo gruppo: siamo persone, individui, uomini e donne e Gesù conosce nell’intimo ognuna di quelle persone. L’amore di Dio ti raggiunge là dove sei, come sei, non devi dimostrare nulla, solo aprire le braccia e accogliere il dono.

Disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Filippo era originario di Betsaida, luogo in cui ora Gesù si trovava, e chiede proprio a lui un’indicazione pratica. Gesù si fa carico delle persone che lo circondano, è attento ai loro bisogni, e desidera il loro bene. Il vangelo di Cristo ci insegna che l’incarnazione del Figlio di Dio è la chiave che ci apre la porta del mistero, non solo del mistero di Dio, ma anche il mistero dell’uomo, della sua essenza. Cristianesimo non è astrazione, alienazione; seguire Gesù significa essere pienamente uomo, pienamente donna, e da quell’umanità vissuta e non fuggita, contemplare il volto del Padre.

Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Filippo fa esperienza del limite. Da una parte Filippo e la sua povertà di mezzi, dall’altra una folla immensa da nutrire: non ce la può fare. Un denaro era il salario di una giornata di lavoro; duecento denari equivalgono allora a 7 mesi di lavoro, quasi un anno di stipendio, una cifra esorbitante, fuori da ogni possibilità. Spesso l’esperienza vissuta da Filippo è la nostra esperienza, davanti a una situazione ingestibile, davanti a un problema che ci angustia. Filippo dice a Gesù che gli sta chiedendo qualcosa che va oltre ogni limite, razionalmente impossibile. Anche la nostra preghiera fa eco a queste parole di Filippo: Signore è impossibile, non ce la faccio, aiutami tu, da solo sono perduto.

Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Andrea tenta una soluzione, ma mentre la esprime si rende conto che la cosa non sta in piedi. Eppure non frena il suo entusiasmo di aver trovato qualcosa di commestibile. Gli studiosi vedono in questi cinque pani e due pesci la pienezza, (5+2=7), per indicare che il mio tutto diventa il tutto di Dio. San Francesco dopo essersi spogliato di ogni cosa può esclamare in verità: “mio Dio, mio tutto!”, non ha più nulla da stringere tra le mani, perché tutto ha dato al Signore. E Dio idealmente risponde: “Mio Francesco, mio tutto”.

Se so mettere tutto me stesso nelle mani di Dio, allora tutto diviene possibile, non perché sia tutto miracolosamente facile, ma perché la potenza del dono germoglia in me, mi inserisce nel vortice dell’amore di Dio e trasforma la mia vita, la apre a nuove esperienze e il mio orizzonte diventa quello del mondo intero. Un’orizzonte di fraternità.

Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Gesù è entusiasta dell’idea di Andrea. Ha bisogno di quel poco cibo offerto dal giovane per compiere il prodigio. La condivisione rende possibile l’impossibile, proprio come successe quella volta a Maria di Nazareth: “Com’è possibile questo? Eccomi!” Dio necessita del sì di Maria, Maria si fida e si affida totalmente.

Gesù ha bisogno di quei cinque pani e due pesci, ha bisogno del sì di quel giovane, ha bisogno del mio, del tuo sì, non importa quanto sei povero e misero, non importa se hai poca fede, se ti senti inadatto, non importa se hai paura, se, se, se: il se diventi un sì, ok, ci sto Signore, eccomi qui! Il prodigio più grande è in quel “Fateli sedere”: Gesù ha già sfamato quei cinquemila uomini, ha già compiuto il prodigio.

E’ in mio potere sfamare cinquemila uomini? Sicuramente no. E’ in mio potere dire il mio sì e dare il mio tutto, questo sì, questo è alla mia portata, perché devo essere semplicemente me stesso, non più bravo, non un altro diverso da me. Dio non ama una versione migliore di me: Dio ama me, ama te, adesso!

Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. Il richiamo all’Eucaristia è fortissimo e inequivocabile. Interessante notare i tre passaggi: prese i pani, quei pochi pani, li toccò con le sue mani, li apprezzò; poi rese grazie: quei pani sono un dono di Dio, e Dio viene ringraziato. Il popolo ebraico per ringraziare Dio dice: “che tu sia benedetto Dio d’Israele”: la benedizione è il grazie a Dio per i suoi doni, ma anche il grazie di Dio per i nostri doni. In questo scambio di grazie avviene l’incontro e la benedizione. Dopo aver preso i pani e aver ringraziato, li diede.

Accolgo me stesso, i miei limiti, la mia povertà, mi voglio bene per quello che sono, rendo grazie per questo e poi mi dono: questo atteggiamento suggerito dal vangelo mi consacra Eucaristia vivente, mi rende capace di benedizione per la mia vita e per quanti mi avvicinano

Quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri. Spesso dopo aver dato il meglio di noi stessi, esserci impegnati, averci messo il cuore e l’anima, rimaniamo delusi e abbattuti perché il nostro dono non viene valorizzato e accolto. Per chi l’ho fatto? Potevo fare altro, potevo pensare a me stesso… Questi sentimenti corrugano il nostro cuore e tendono a farci ripiegare su noi stessi, rendendoci di fatto incapaci di dono, e portandoci sulle terre dell’egoismo. Gesù invece è molto chiaro: nulla vada perduto.

Il tuo lavoro, le tue fatiche, tutto ciò che tu vivi viene accolto e valorizzato dall’amore, e se oggi il tuo dono non sazia la fame della folla, sarà comunque custodito, conservato in freschezza nella dispensa dell’amore. Nulla vada perduto, neppure una briciola, proprio come nell’Eucaristia, Corpo del Signore, si fa attenzione ai frammenti, stendendo una sorta di tovagliolo, chiamato corporale, che raccoglie eventuali pezzetti di pane consacrato. Così il Signore stende nelle nostre vite, nei nostri cuori il corporale della carità e dell’accoglienza, affinché il mio dono non vada disperso, fosse anche una piccola briciola.

La gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. Se Gesù ha fatto questo miracolo è il profeta. Se è profeta lo facciamo re, così risolviamo tutti i nostri problemi. Così ragiona la folla, che usa la delega per affrontare la vita, un po’ come succede oggi col politico di turno, sperando che costui possa risolvere problemi di un’intera nazione. Deleghiamo questa o quell’altra persona (un medico, un avvocato, un prete, un insegnante) per risolvere ciò che noi non siamo in grado di fare, ma che neppure abbiamo tentato di affrontare.

Quel giovane ha offerto tutto ciò che aveva, e sicuramente era del tutto insufficiente, ma ha detto il suo sì, non ha delegato, non ha telefonato alla “società” perché intervenisse. La folla delega, scarica il barile della propria responsabilità e trattiene il dono. Risultato: Gesù scappa, sul monte, vicino a Dio, da solo. Quando da piccoli ci dicevano: “se non fai da bravo Gesù si allontana da te”, significa proprio questo. Non perché realmente Gesù si allontani, Lui è il Dio vicino, sempre, ma perché io, noi ci allontaniamo dalla sua visione di amore e di condivisione, noi priviamo la nostra vita del dono, fatto e ricevuto.

Il giovane e il suo sì. Gesù solo sul monte. Le due icone di questa domenica diano forza e vigore alla nostra vita. Essere dono per gli altri, e ricevere il dono di Dio per noi, avvolti dal corporale dell’amore.

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