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Un arrivo inatteso

Quando Dio entra nella mia vita fatta di specchi

Finestra con vetri colorati illuminata

Vangelo di riferimento: Mt 24,37-44

Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.

Io non sto attendendo. A volte me ne accorgo con una lucidità che fa male: non aspetto nessuno. Mi sono chiuso nella mia casa interiore, abitando solo i miei impegni, le mie cose da fare, i miei dolori e le mie gioie. Ho costruito una stanza su misura per me, e le pareti, giorno dopo giorno, si sono foderate di specchi. Guardo e riguardo me stesso: i miei problemi, le mie piccole soddisfazioni, i miei soldi, i miei gusti, quello che mi piace e quello che detesto. È un mondo piccolo, stretto, autoreferenziale. E così non attendo più niente e nessuno.

Allora quando inizia davvero l’Avvento? “Avvento” significa venuta, ma anche attesa, ritorno, presenza. Sono parole che oggi rischiano di scivolare via. Io, spesso, non aspetto un ritorno, non cerco una presenza, non vivo nell’attesa. Semplicemente proseguo, come se tutto dipendesse da me e allo stesso tempo come se niente potesse più sorprendermi.

Il Vangelo mi dice: «Vegliate». Vegliare non vuol dire vivere in tensione, non significa soffrire d’insonnia spirituale. Vegliare è vivere da vivi. È ritrovare uno sguardo che va oltre gli specchi, oltre il muro delle mie abitudini, oltre l’automatismo dei miei giorni. Vegliare è aprire una porta, una finestra, un varco piccolo o grande, e accorgermi che fuori c’è qualcuno. E se quel qualcuno fosse Dio?

Allora sì, devo essere vivo. Non posso restare ibernato nella routine. Devo ritrovare un desiderio, un ritorno, una presenza che non mi invento io. Non è un massaggio cardiaco né una macchina respiratoria a tenermi in vita: è ciò che amo. Se non amo, non vivo. Se non attendo, non vivo. Se non desidero, non vivo. La vita spirituale non è un monitor che dà segni vitali: è un cuore aperto, capace di lasciarsi raggiungere.

Non so quando tornerà il Signore. Ma questo non indebolisce la mia fede, la rinforza. Proprio perché non so, attendo. Attendo con quella fiducia ostinata che ha attraversato duemila anni di cristianesimo: il sangue dei martiri, la fedeltà di quanti hanno dato tutto per il Vangelo, le generazioni di credenti che hanno sofferto, sperato, creduto. Il loro “sì” è la mia certezza.

Vegliare significa anche riprendere in mano la mia vita e guardarla – come in un caleidoscopio – nei colori che il Signore vi ha già intrecciato: prospettive, risorse, possibilità che restano lì, come sospese, in attesa che io faccia un passo. Oggi il Vangelo mi raggiunge e mi dice: «Svegliati, riprendi in mano la tua vita». E allora mi vengono incontro le parole di San Giovanni Paolo II, che parlando di ogni uomo e di ogni donna afferma: «In un certo senso, essi sono chiamati a fare della loro vita un’opera d’arte, un capolavoro.»

Questo è il tono dell’Avvento: un tempo breve, appena venticinque giorni, ma densissimo. Un tempo che conduce al Natale del Signore, all’Incarnazione del Verbo, al mistero di un Dio che entra nella nostra carne. È un mistero che ci supera infinitamente: ne cogliamo solo frammenti, millesimi di frammento. Eppure quei frammenti hanno un potere immenso: possono trasformare un cuore spento, ricurvo su se stesso, in un cuore che torna ad attendere. Possono riportare alla vita un “cadavere autoreferenziale” che respira solo il proprio respiro e non quello dello Spirito.

Tenetevi pronti, perché nell’ora che non immaginate viene il Figlio dell’uomo.

Tenersi pronti non è vivere con paura, come se Dio fosse un ispettore a sorpresa. È vivere nell’amore. È come quando rientri a casa e trovi qualcuno che ti vuole bene; come rivedere una persona amata dopo anni di distanza; come uscire da una malattia che ti ha segnato e ritrovare il ritmo normale del vivere. È un ritorno di vita, non una minaccia. È aria nuova, respiro nuovo, possibilità nuova.

Nell’ora che non immaginiamo, viene il Figlio dell’uomo. Viene nella sua Parusìa: venuta e presenza. La mia casa foderata di specchi, così centrata su di me, può diventare il santuario dove Dio finalmente abita. Forse sarà addobbata a festa per Natale, con il presepe, le luci, le musiche, i colori. Ma tutto questo è cornice: la vita vera è il Signore presente, che entra, che rimane, che dà respiro alla casa e la colma della sua luce.

E allora vegliamo. E teniamoci pronti. Non per paura, ma per desiderio. Perché solo l’amore di Dio può colmare ciò che ci manca, sciogliere ciò che è chiuso, e ridarci quella vita che troppo spesso lasciamo spegnere.

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