3 gesti e 1 password
- La sera di quel giorno, il primo della settimana
- venne Gesù
- mentre erano chiuse le porte del luogo
- stette in mezzo
- per timore dei Giudei
- e disse loro: «Pace a voi!»
- Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
- E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Alla fine di una giornata, quando tutto è ormai compiuto, si è stanchi, svuotati, e spesso non ci si aspetta più nulla. Per gli amici del Signore, però, c’è qualcosa di ancora più pesante: non solo è sera, ma sono rimasti soli dopo la morte di Gesù, avvenuta appena due giorni prima. E poi c’è la paura concreta di fare la stessa fine. Anche Gesù è stato arrestato di notte, dopo quella cena così densa di segni e parole. No, non sono tranquilli. Davanti a queste tre situazioni — stanchezza, chiusura e paura — Gesù risponde con tre gesti e una password.
Venne: Gesù si mette in cammino per incontrarli. Non resta lontano, non aspetta tempi migliori, non pretende che siano loro a uscire dalla paura per primi. Viene Lui. Prende l’iniziativa. Si fa vicino, prossimo. Accetta la scomodità di entrare proprio lì dove gli uomini si sono chiusi, e ci ricorda che Dio non visita soltanto gli spazi ordinati della nostra vita, ma viene anche dove tutto è confuso, sbarrato, ferito.
Stette in mezzo: in mezzo alla chiusura, in mezzo al problema, in mezzo alla resistenza. Gesù non si defila, non gira attorno al dolore, non resta sulla soglia. Sta in mezzo. È il posto di chi ama: non quello di chi osserva da lontano, ma di chi si espone. E questo “stare in mezzo” non è solo una posizione fisica: è una scelta. Gesù decide di abitare la paura dei suoi, di condividere la loro notte, di non lasciare soli quelli che si sono rinchiusi.
Disse loro: «Pace a voi!» La risposta alla paura non è la fuga, ma la pace. Scappando, infatti, non elimini la paura: la sposti soltanto in un altro luogo. Accogliendo invece la pace, attraverso la presenza di Dio, togli potere alla paura e smetti di esserne dominato. Questa parola di Gesù non è una formula di circostanza, ma un dono reale, efficace, vivo. È come se dicesse: non vi tolgo subito il combattimento, ma vi do qualcosa di più profondo, una presenza che vi permetta di rimanere dentro senza esserne schiacciati.
Mostrò loro le mani e il fianco: ecco la password. Le ferite del Signore risorto sono la chiave che apre tutte le porte, perché davanti all’amore nessuna chiusura può resistere. Gesù non mostra un corpo trionfante nel senso mondano del termine; mostra un corpo ferito e vivo. Le ferite non sono scomparse, ma trasfigurate. Sono ancora lì, e proprio per questo diventano riconoscibili, credibili, eloquenti. Quelle ferite dicono che l’amore è passato attraverso il dolore, la morte, l’abbandono, e ne è uscito vincitore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo…»
E ancora «Pace a voi», che non è il classico saluto ebraico Shalom, ma un vero dono del Risorto, il dono sul quale poggia la fede. Senza questa pace posso seguire un’ideologia, posso studiare una corrente filosofica, posso perfino aderire a una religione; ma non potrò vivere Dio in me, non potrò davvero morire e risorgere con Lui. Prima o poi, infatti, lo lascerei a metà strada. Solo l’esperienza di questa pace mi rende partecipe davanti alla croce e al sepolcro; solo questa pace è capace di tenermi unito al Signore nonostante i venti contrari.
La porta è aperta: vai!
Stabilita la pace, Gesù coinvolge i suoi. Gli eventi vissuti dal Figlio di Dio non sono un film da gustare sul divano, ma un’esperienza da vivere sulla propria pelle. Il Vangelo ha il DNA dell’incarnazione, e fuori da questa logica non c’è Cristo. L’amore coinvolge e rende simili. Il mandato di Gesù è preceduto dal soffio dello Spirito: solo l’abbraccio della Trinità può sostenere i tuoi passi; solo la casa della Trinità può dare nuova forza quando il tuo respiro si fa affannoso.
Il mandato che Gesù ti affida non consiste nello scimmiottare ciò che Lui ha vissuto. Gesù ti invia invece a perdonare, a essere perdono, morendo e risorgendo. Questa missione è fatta su misura per te, nessuna fotocopia: Dio ha bisogno dell’originale. Soffri e muori quando incontri il male e il dolore. Risorgi quando, dentro quelle ferite, versi l’olio del perdono e della comprensione, portando vita dove regna la morte.
Ti rendi conto di quanto è importante questa missione? Se tu perdoni, Dio perdona; se tu non perdoni, impedisci a quel perdono di passare. Potremmo essere tentati di delegare tutto questo ai sacerdoti, ma Gesù qui sta parlando anche a te. La delega è comoda, ma ti taglia fuori da questa dinamica pasquale. Tu sei chiamato a entrare in prima persona nel perdono.
Io non ci credo!
Tommaso, uno dei Dodici…
Grazie Tommaso per questa tua ricerca così esigente e concreta. Il tuo rifiuto non nasce dalla superficialità, ma da un amore ferito. Hai sofferto troppo per quello che è accaduto al Maestro, e ora non puoi accontentarti di un annuncio veloce.
Vuoi vedere, toccare, capire. Vuoi una relazione vera. E così ci insegni che credere non è un’astrazione, ma fare esperienza concreta di ciò che Dio è: amore che sa soffrire, morire e risorgere. Quelle ferite parlano ancora oggi: ferite di luce dentro le nostre croci.
Otto giorni dopo…
Gesù torna. Le porte sono ancora chiuse, ma Lui entra di nuovo. Porta ancora pace e si rivolge a Tommaso. Non lo umilia: lo incontra. Prende sul serio la sua ricerca.
Quelle ferite sono il segno che Dio è dalla nostra parte, dentro questa vita. L’amore ha attraversato tutto e ha vinto.
«Mio Signore e mio Dio!»
«Non essere incredulo ma credente»: non è un rimprovero, ma un passaggio. Dopo l’incontro con il Risorto, la vita cambia. La fede diventa dimora.
È una fede personale: MIO Signore e MIO Dio. Non un’idea, ma una relazione. Anche noi, che non vediamo, siamo chiamati a riconoscerlo nelle tracce della storia. E Dio, il Risorto ferito, è dei nostri: con noi, sempre.
