Gesù e la donna samaritana
Gv 4,5-42
Certe pagine del Vangelo sembrano semplici incontri. In realtà sono terremoti silenziosi. È quello che accade al pozzo di Samaria. Il vangelo di questa terza domenica di quaresima non poteva essere più adatto per il tempo che stiamo vivendo: mai dimenticare che la Parola di Dio ha un’intelligenza finissima, e sa come intervenire in ogni situazione.
E proprio la situazione esposta da questa pagina di vangelo non può essere più intricata, negativa, sfavorevole e a tratti incoerente, prima ancora di iniziare. Vediamo perché:
- Gesù giunse a una città della Samarìa. Luogo inospitale, per la vecchia ruggine tra Giudei e Samaritani.
- Gesù è affaticato per il viaggio. La stanchezza non aiuta, ma neppure la location.
- Sedeva presso il pozzo. Il pozzo nella Bibbia è il luogo dell’incontro, dello scambio, ma non solo: è il luogo dove avvengono i patti, i contratti, i fidanzamenti e i matrimoni… Un po’ eccessivo, non credi?
- Era circa mezzogiorno. L’ora più calda, quella meno adatta per uscire, ancor meno per attingere.
- Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Non solo era una donna, considerata inferiore, ma per di più samaritana, che va al pozzo in quell’ora improbabile.
Le dice Gesù: «Dammi da bere»
Non solo si siede presso un pozzo, ma attacca bottone con una donna chiedendole da bere, gesto che appartiene alla vita familiare o comunque prevede un ambito di confidenza, in questo caso totalmente assente. La donna, chiaramente, chiede il perché di questa richiesta così strana, impropria, estrema.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva»
Il problema è proprio questo: che io, donna samaritana, non ti conosco, non so neppure come ti chiami. E permettimi: il tuo atteggiamento supera ogni limite e straccia tutte le regole di bon ton. E poi, se proprio devo dirla tutta, io non ho capito cos’hai detto: se io ti conoscessi, ti avrei chiesto io stessa da bere… Chi ha sete sei tu, io non ho sete! E poi, come fai a prendere l’acqua senza un contenitore?
No, il tuo discorso non mi torna. Io sono venuta ad attingere acqua al pozzo a quest’ora proprio per non incontrare nessuno, e invece chi trovo? Un uomo. Ma non basta: un giudeo. Ma non basta: un maestro, che mi fa strane richieste. È davvero troppo!
Tuttavia la donna tenta di cavarsela con una risposta tecnica e mettersi in salvo su un terreno neutrale: non hai un secchio e il pozzo è profondo, fine del discorso. In realtà Gesù sta conducendo pian piano la donna, la quale torna sempre indietro, come chi dimentica qualcosa, come chi è insicuro, come chi ha paura.
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno»
Beh sì, con l’acqua succede sempre così: bevi, ti disseti, ma dopo qualche tempo avrai di nuovo sete e berrai ancora. È normale, no? Gesù però spicca il volo: non avrai più sete in eterno. Ma non basta: tu stesso diventerai sorgente. E chi dice tutto questo? Uno sconosciuto che ha sete e non ha un secchio.
Eppure quella donna non scappa, ma prosegue il dialogo: «Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Non è solo Gesù ad essere assetato: la donna manifesta la sua sete e la sua fatica e chiede lei ora quell’acqua prodigiosa.
Lei ha il secchio ma non ha quell’acqua. Gesù offre l’acqua viva ma non ha il secchio. Solo l’incontro offre la possibilità di dissetare entrambi.
Gesù si espone totalmente, in un territorio nemico, presso un pozzo, rivolge la parola a una donna. La donna, pur con fatica, accetta e scopre la verità dell’interlocutore, ma soprattutto la verità di se stessa.
Ecco che Gesù mette il dito sul vivo: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Recupera i frammenti di una vita, non disperderli, ma raccoglili, perché sono frammenti preziosi e solo ricomponendoli potrai vedere l’opera completa.
A Gesù non interessa il passato di quella donna, ma che quella donna non lo rinneghi e non lo nasconda. Ritorna qui con tutti i cocci, non avere paura di mostrarmi fallimenti, errori, peccati. Non mi interessa una bella facciata: desidero una vita vera che accetti il proprio vissuto.
La donna lascia la difensiva e arriva al problema di Dio. Non l’esistenza di Dio, ma il luogo dove adorarlo: dove posso trovare Dio? Dove potrò dissetarmi della sua presenza?
I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità
La risposta di Gesù raccoglie tutto ciò che la donna porta al pozzo: il suo secchio vuoto, la sua sete, il suo passato, tutta la sua vita. Adorare il Padre significa riconoscersi figli e non cellule generate dal caos.
Adorarlo in spirito non significa disperdersi nell’etereo: il Figlio di Dio si è fatto carne, ed è proprio attraverso la carne che arriviamo a Dio. Adorare in spirito significa fare esperienza profonda di Dio, intima come il respiro.
E poi adorarlo in verità: la verità di Dio che svela e risana la mia verità. È la verità il secchio, è la verità l’acqua che disseta per sempre.
«Sono io, che parlo con te»
La donna tenta un’ultima carta: rimandare tutto al futuro. Si è quasi rassegnata ad avere ancora sete, quando cade l’ultimo velo. Gesù si manifesta: sono io. Ma non solo: sono io che parlo con te.
Sapere che Dio esiste non sazia nessuno. Ma sapere che Dio mi guarda, mi parla, mi conosce e mi ascolta cambia un’intera esistenza.
Non tornare a casa con la tua sete, carico di acqua che ti lascerà ancora a bocca asciutta. Nonostante tutto giocasse a sfavore, Dio ti ha trovato e tu hai trovato Lui.
Il pozzo si conferma luogo dell’incontro e delle nozze. Puoi adorare. Puoi amare. Puoi vivere, finalmente. Anche questi giorni difficili possono diventare il luogo dell’incontro con Dio che ancora ti dice: «Dammi da bere».
