Pagina di Vangelo: Lc 16,1-13

Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.

Non è mai simpatico avere a che fare col denaro altrui, gestire proprietà e risorse di altri, perché per quanto si faccia attenzione, è sempre possibile un errore, uno sbaglio di valutazione, un momento di stanchezza che annebbia la vista, e diciamocelo francamente, a volte la stanchezza arriva a livelli altissimi e iniziamo a pensare: se li facesse lui i conti e mi lasciasse in pace! Proprio in quel momento di bassa marea e di perdita di tono muscolare arriva il capo, e chiede un report del nostro lavoro. Ahia! Proprio adesso? La conclusione è un licenziamento in tronco: non potrai più amministrare. L’accusa è grave: sperperi i miei averi!

Lasciamo un momento il ricco ai suoi soldi. Nella mia vita lo sperpero é un elemento più presente di quanto io possa pensare: sperpero di tempo, di energie fisiche, mentali, relazionali, morali, sperpero di pensieri, sperpero di risorse a tutti i livelli: fisico, psichico e spirituale. Lo sperpero é quell’atteggiamento che ci porta via dal qui ed ora, ci porta all’esaurimento delle nostre forze, donateci per realizzare un progetto ben preciso; il progetto rimane teoria e noi abbiamo sprecato tempo, spazio, risorse, denaro per cose inutili, se non anche dannose. Le bollette sono sempre puntuali, e un giorno arriva il conto, o meglio una multa salatissima.

L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.

Siamo in mezzo a una strada, senza un lavoro, senza dignità, tutti gli indici vengono puntati verso di noi. È il momento in cui l’amministratore fa il punto della situazione e valuta come risolvere (notiamo che non c’è alcun accenno di pentimento, né di richiesta di perdono). Due possibilità: zappare, lavoro che possono fare tutti e non necessita di particolari competenze e bravure, solo di buoni bicipiti, che però lui non ha, lo riconosce subito; seconda possibilità: mendicare, chiedere l’elemosina, ma anche qui c’è un problema: la vergogna. È vero che ho perso tutto ma ancora un fondo di contegno mi è rimasto. L’amministratore non prende in considerazione la richiesta di perdono, non ammette le proprie colpe, o quantomeno non le manifesta al suo capo, che ormai ha cancellato dalla sua vita, e quindi si allea con i debitori, suoi simili che vivono una situazione vicino alla sua.

Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

Sconti dal 20 al 50%. Questo è il piano di emergenza messo in atto dall’amministratore. Non chiede perdono, non tenta una riparazione dei suoi guai: evita in tutti i modi l’ufficio del capo, non vuole vedere il suo volto adirato, e allora mette in atto un by-pass: lui si allea con i debitori, di modo che questa bontà interessata lo tolga dalla situazione in cui si trova. Felici i debitori, che si vedono sollevati da una considerevole parte di debito, al sicuro lui, che trova riparo durante il temporale. L’amministratore non vive nessun cambiamento: continua a sperperare, adesso più che in precedenza.

Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

La pagina di vangelo inizia con l’accusa dell’amministratore, ora prosegue con la sua lode. Sì è forse convertito e pentito? Ha fatto opere di penitenza? Sì è messo in ginocchio sui ceci promettendo di essere più buono? Nulla di tutto questo: è stato però sveglio e intelligente, non chiedendo misericordia ma offrendola: viene lodato perché, diremmo oggi, è stato sul pezzo, non si è dato per vinto, ha applicato una strategia. Certo non è un esempio di bontà, e Gesù non ce lo presenta sotto questo aspetto: Lui va oltre e vuole evidenziare come, davanti a una situazione sfavorevole, quest’uomo si è dato da fare come ha potuto, in linea con ciò che lui ha sempre fatto, tanto che il padrone riconosce la sua intelligenza nel cercare il proprio interesse.

Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti.

Gesù ora introduce un atteggiamento che all’amministratore manca totalmente: la fedeltà. O meglio: lui è fedele solo a se stesso, nella sua pessima gestione delle risorse, non è certo fedele al mandato ricevuto di amministrare bene. Che siano pochi spiccioli o capitali immensi, ciò che conta… sono i conti! 1+1=2 in tutte le lingue del mondo, in qualsiasi latitudine, sempre. La scaltrezza unita alla fedeltà è la coppia vincente che salva l’amministratore, il patrimonio e il capo. Spesso invece succede che chi è scaltro non è fedele e chi è fedele non è scaltro. L’insegnamento della parabola è un invito a coniugare i due atteggiamenti e viverli contemporaneamente. Gesù contrappone il fedele al disonesto, non allo scaltro. Il male non è essere svegli e avveduti, tutt’altro! Il male è separare le due cose e assolutizzare una a sfavore dell’altra.

Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Ecco il problema: questo “benedetto” servitore ha due padroni da servire, due capi a cui rendere conto: il suo datore di lavoro, che lo mette alle strette, e se stesso. Tra i due committenti c’è la coperta corta, inutile brandello da stiracchiare qua e là, ma che è insufficiente a soddisfare le richieste dei due.

Odio e amore: Gesù come al solito non ha e non accetta le mezze misure, le sfumature che spesso utilizziamo sono mediocrità che danneggiano noi stessi e gli altri. Odio e amore, on off, tutto il resto sono chiacchiere. Il servizio necessita di donazione, ha bisogno di una testa e di un cuore entrambi funzionanti. Il piede in due scarpe fa male e non riesce a camminare.

Cosa mi porto a casa di questo vangelo? Non posso fingere, la realtà di ciò che vivo è uno specchio impietoso che mi butta davanti ciò che sono, rughe e macchie comprese. Lo sconto fatto ai debitori non mi viene applicato, perché la mia vita non è un libro contabile, la mia esistenza non è una nota di spesa, ma carne e sangue, atteggiamenti concreti che mi avvicinano o allontanano dalla verità di me e di Dio stesso, quel ricco signore che chiede conto, non per ampliare il suo deposito di dollari, come zio Paperone, ma come il Padre innamorato che desidera condividere con te il suo tesoro.

E allora comprendi che stai rubando a te stesso, stai dilapidando il tuo patrimonio e sprecando risorse che il Padre ti dona affinché tu possa goderne pienamente, non come ragioniere o commercialista, ma come figlio amato. Completa tu la parte non vissuta dall’amministratore: bussa alla porta del capo, sii trasparente con lui, e confida in chi mette tutti i suoi averi nelle tue mani. Anche un altro suo Figlio ha le mani bucate, e ci insegna che l’amore salva sempre, anche le situazioni più brutte e nere. Dio è amore e l’amore condivide ciò che è, ciò che ha.

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