Pagina di riferimento: Lc 11,1-13


Gesù si trovava in un luogo a pregare.

Niente di più normale, così ordinario da sembrare banale. Tuttavia fermati un attimo su questa riga di vangelo e fai due conti. Gesù si trovava in un luogo: Dio sceglie l’incarnazione per essere vicino, accanto, compagno di ogni uomo e di ogni donna; questo trovarsi in un luogo rende il Figlio di Dio uno di noi, di noi che spesso invochiamo la bilocazione e il teletrasporto. Lui sceglie un luogo, certamente con delle coordinate geografiche, con una storia e una tradizione, con i suoi abitanti, ma non basta: Gesù si trovava in un luogo a pregare. Gesù in quanto persona fisica è in un luogo, e in questo luogo prega. Sia il greco che il latino usano il participio presente: era in un luogo “pregante”, e anche la scelta del verbo ci insegna che Gesù non è in un luogo a fare qualcosa, a dire qualche preghiera, ma a essere preghiera.

Spesso si indica un santuario, una chiesa, un eremo come “luogo di preghiera”, e questo perché qualcuno è stato in quel luogo “pregante”, ha dedicato cioè molte ore del suo tempo alla preghiera, e quella preghiera ha trasformato tutta la sua vita, il suo essere e il suo agire fino a renderlo un esempio per tutti, fino a essere santo (pensiamo alla Porziuncola per Francesco d’Assisi). Gesù vive quel luogo pregando e il luogo stesso diventa impregnato di preghiera. Il Figlio di Dio pregante ci svela il suo “segreto” ci dona il tesoro più grande di tutto l’universo: la relazione con Dio!

Signore, insegnaci a pregare.

Quando un bambino (o anche un adulto) ti dice “Mi insegni?” significa che qualcosa di te lo ha colpito, dalla torta squisita che hai fatto (passami la ricetta!), a un lavoro di cucito (come hai fatto a farlo?), a una riparazione: il tuo operato è bello, è buono, ha conquistato qualcun altro, che desidera anche lui realizzarlo, ma non sa come fare e allora ti chiede di insegnarglielo. I discepoli vedono il Maestro pregante (prova a immaginare la scena): solo in un angolo, in un atteggiamento di serenità e pace, gli occhi socchiusi, tutto teso al colloquio interiore che comunemente chiamiamo preghiera. Capiscono che sta pregando, cioè è in relazione con Dio: parola, silenzio, ascolto, sguardo, ispirazioni, desideri, tutto è preghiera.

Essendo alunni desiderano avere qualche indicazione pratica da mettere in atto, una formula universale da applicare. Interessante notare che chiedono a Gesù di insegnargli a pregare, tuttavia non lo chiamano Maestro, ma Signore: il Maestro trasmette una nozione, il Signore trasmette un esempio e un’azione concreta. Normalmente ciò che manca a chi studia è la pratica, e i discepoli di Gesù chiedono che sia loro trasmessa questa esperienza concreta; infatti non dicono “insegnaci preghiere” ma “insegnaci a pregare”.

Quando pregate, dite Padre.

La risposta di Gesù al desiderio dei suoi discepoli è sintetizzabile in una sola parola: Padre. Ed è bello cogliere nella risposta del Signore non una formula, un insieme di parole, ma un atteggiamento, lo stesso atteggiamento di Gesù, che mai smette di essere Figlio di Dio. Pregare è rivolgersi al Padre, e quindi riconoscersi figli. Le parole e le formule aiutano e arricchiscono la preghiera, ma tutto è frutto di questa relazione tra il Padre e i suoi figli. Gesù pregante è il Figlio per eccellenza; ciascuna persona pregante vive questa figliolanza, e in ogni incontro orante con il Padre è come se venisse data nuovamente alla luce, in una generazione che non finirà mai.

Se facciamo attenzione, Gesù prima di consegnare un modello di preghiera (questo è il Padre Nostro), dice: “Quando pregate”: quando già sei in unione profonda con il Padre, quando le tue mani stringono le sue e già vi guardate negli occhi, solo allora fai passare nel tuo cuore queste parole, come una strada che ti fa giungere in un luogo sicuro: il cuore del Padre. La tua preghiera è stare col Padre, vivere il tuo essere figlio, figlia fin nelle fibre più profonde della tua vita. La tua preghiera è ricevere tutto dalle mani grandi del Padre, e tutto ridonare a Lui.

Pensa alla preghiera di Gesù in croce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito “ (Lc 23,46): anche nel dolore più profondo la relazione col Padre salva il Figlio, non dal dolore, non dalla morte, ma dalla disperazione, dal ripiegamento egoistico, tanto che muore affidando tutto se stesso al Padre.

Il Padre è la chiave di tutta la preghiera, il Padre e nessun altro. E solo il Figlio può insegnarci a pregare, cioè a essere davvero figli, coscienti di avere un Padre che ama e che dona tutto se stesso per amore.