DEL CARNEVALE E DI SE STESSI, CON LE MASCHERE E SENZA

I bambini, quasi tutti, amano il Carnevale, perché è un momento di festa, di gioia, perché si mascherano e gli scherzi sono l’ingrediente fondamentale.

Carnevale è festa.

La festa spezza la monotonia dei giorni, prevede un cambiamento, interrompere la routine per fare qualcosa di bello e divertente insieme. La festa ha il ruolo di spezzare la linea continua dei nostri giorni sempre uguali, per inserire qualche ghirigori, del colore e del sapore, esattamente come avvenne quando Dio terminò la creazione del mondo: «Dio cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto» (Gn 1,1-3); Dio dopo aver creato e lavorato, si riposa, si toglie il grembiule e indossa l’abito della festa, quello buono. L’essere umano, che è fatto a immagine e somiglianza di Dio, può far finta di abolire feste, domeniche e tradizioni. Così facendo va incontro all’annullamento di se stesso, perde colore e sapore, si spegne in una vita sempre uguale, ripiegato a contemplare il proprio ombelico. I bambini ci ricordano la bellezza della festa, la bellezza di una famiglia che trova tempi e modi per stare insieme.

Carnevale è saper ridere di se stessi

Sì, dei propri limiti e incoerenze, è uscire dalla fortezza armata della nostra vita e percorrere la strada ordinaria e quotidiana, facendo uno sberleffo a tutto ciò che è imposizione, e vivendo una relazione libera con l’altro, senza attacchi né difese.

In questo scambio disarmato nasce lo spirito di gruppo, quello che i nostri padri e nonni vivevano quotidianamente nel lavoro dei campi, nello scambio commerciale col baratto, e poi nei giorni di festa alle sagre di paese o in chiesa. Oggi purtroppo siamo organismi unicellulari, ognuno chiuso in se stesso, a rincorrere chissà cosa. La dimensione comunitaria ridimensiona il proprio ego, in un’armonia di ruoli e di significati.

Carnevale è mascherarsi.

Vestire i panni di un altro, dipingersi il volto, nascondersi, ingannare, evadere dalla propria identità: Carnevale ci permette, in modo lecito, di essere qualcun altro, di scimmiottare atteggiamenti ed evidenziare difetti fisici o caratteriali.

È pur vero che la maschera è il capo di abbigliamento più usato, 365 giorni all’anno, per i motivi più vari: convenienza, paura, loschi traffici ecc. Questa maschera rende la vita un inferno, legando e schiavizzando deturpa la bellezza originaria, e allontana dalla verità di se stessi, delle cose, di Dio. Il Carnevale invece dona una maschera positiva per essere motivo di gioia per gli altri.

Prima della Quaresima

Il Carnevale è pensato proprio in vista di un tempo che la Chiesa chiama “forte”, e che ci spaventa, in qualche modo: la Quaresima, quaranta giorni di full immersion nel mistero del Cristo, il servo sofferente che muore e risorge.

Sono giorni che necessitano impegno, lavoro interiore, silenzio e preghiera, ecco perché viene consigliato di vivere nell’essenzialità e in sobria semplicità, per essere desti e vigili, ben orientati a vivere il mistero del dolore e dell’amore, scolpito nella carne del Signore Gesù. L’allegria del Carnevale prepara e carica la nostra vita a vivere un altro tempo. Le musiche, i colori e i sapori decisi si stemperano nella gioia pacata della Quaresima, luogo dell’ascolto e terreno di semina per portare frutto a suo tempo (Sl 1).

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